Obbligo di capo scoperto in tribunale?

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tribunale-torinoGiudice caccia via dall’aula l’interprete,  perchè velata, aprendo così un quesito che aspetta un chiarimento direttamente dal Csm sulle regole da seguire in casi analoghi.

E’ successo circa un mese fa, nel tribunale di Torino.

E’ raro che alle donne musulmane non si permetta di assistere ad un’udienza con il loro velo. Come abbiamo visto in una delle nostre pagine è successo a Munia, durante il processo del marito nel tribunale di Cremona, che però è stata successivamente assolta dal giudice Pierpaolo Beluzzi, perche’ il fatto non sussiste. Un’altra vicenda si è svolta a marzo nel tribunale di Mantova: questa volta è un’avvocatessa, evidentemente non al corrente delle sentenze a riguardo, a chiamare i carabinieri lanciando l’ “allarme anti-terrorismo”.

Ma torniamo a Torino.

Ha un passato di “pretore d’assalto” e fama di imparzialità, il giudice Giuseppe Casalbore.

Negli anni ’80 fu lui, giovanissimo, a mandare sotto processo i fratelli Agnelli per una storia di presunti marchi falsi e ad oscurare tutte le reti del “gruppo Berlusconi” che, per aggirare il divieto di trasmettere i programmi contemporaneamente in tutta Italia, riforniva quotidianamente le varie sedi locali con videocassette che poi venivano mandate in onda alla stessa ora. Lo incontriamo di nuovo nel processo alla Juventus sui farmaci proibiti e nel maxi-processo Eternit.

E’ il 14 ottobre e nell’aula 45 del Tribunale di Torino sta per iniziare un’udienza a cui partecipa, in qualità di interprete, anche una donna velata.

Prima che il processo abbia inizio il giudice invita la donna a scoprirsi il capo o lasciare l’aula. La donna preferisce lasciare l’aula.

Secondo il giudice torinese l’obbligo di legge di assistere “a capo scoperto” deriverebbe dall’articolo 129 del codice di procedura civile e dagli articoli 471 e seguenti del codice di procedura penale, dopo l’abrogazione dell’articolo 343 dello stesso codice.

Perplesso il  presidente del Tribunale di Torino, Luciano Panzani, si rivolge al Csm, Consiglio Superiore della Magistratura, sottolineando che che gli articoli di legge 471 e seguenti del codice di procedura penale citati dal presidente Casalbore non prevedono più, a differenza del vecchio 434 abrogato, il dovere di assistere all’udienza penale “a capo scoperto, con rispetto e in silenzio” e che l’obbligo è invece restato nella previsione dell’articolo 129 del codice di procedura civile.

Proseguendo, il presidente osserva come il suddetto articolo soggiaccia comunque alla Costituzione e in particolare all’articolo 19.

Il rispetto dell’obbligo, formalmente sancito dal solo articolo 129 del codice di procedura civile, non è mai stato totale. Nessun magistrato ha mai chiesto ad una suora di togliersi il velo o ha preteso che gli appartenenti alla Forza Pubblica in servizio in udienza stessero senza cappello né che si scoprisse il capo, togliendosi la kippah, un ebreo ortodosso. Altri casi potrebbero essere citati, come quello di persona sottoposta a chemioterapia, che abbia perso i capelli e che per questo motivo si copra il capo o indossi una parrucca.

(…)

Nel riconoscere a tutti il diritto di professare liberamente la propria fede religiosa, l’articolo 19 della Costituzione – osserva Panzani subito dopo – sembra estenderlo alle manifestazioni esteriori del proprio credo che, com’è noto, in molte religioni impongono l’obbligo di tenere il capo coperto in pubblico. Ne deriva che un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’articolo 129 suggerisce che l’obbligo di tenere il capo scoperto non sia assoluto, ma vada limitato a coloro che non abbiano una valida giustificazione di carattere religioso o per altra circostanza.

E chiede quindi direttamente al Consiglio Superiore di chiarire quali sono le direttive a cui tutti i giudici devono attenersi in casi come questo:

Data la difficoltà e la delicatezza della materia, ritengo – conclude – di dover rivolgere un quesito a codesto Consiglio Superiore, perché precisi a quali regole debba in concreto attenersi il magistrato che dirige l’udienza, sia civile che penale, onde poter fornire ai giudici del Tribunale indicazioni per una condotta uniforme e rispettosa dei diritti individuali della persona.

Il tema è scottante e può essere facilmente cavalcato dai soliti ignoti.

Avere direttive chiare su questo punto aiuterà sicuramente le sorelle nelle proprie scelte quotidiane.

Insieme al presidente del Tribunale di Torino anche noi aspettiamo delucidazioni esplicite a riguardo.

Nel frattempo, se le sorelle hanno necessità di comparire in udienza, in caso di problemi, possono avvalersi della possibilità di delegare una persona fidata a comparire al loro posto.

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